Tre cose

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A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla… Il mio cuore sta per franare. Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempe come un palloncino che sta per scoppiare.  E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta.  E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l’avrete. Avrete il fortuna e il coraggio di amare una meravigliosa creatura. Perché sì, nonostante tutto quello che ho scritto in questa lettera, lei resta bellissima e io sono pazzo di lei.

Ora Rebecca parlo a te,

sono seduto sui gradini della chiesa in piazza Orsini del Balzo, o ‘piazza del salto’ come dice mio fratello (si vede che non ha una maestra fissata con l’arte come era la nostra). So che è strano scrivere quello che da due anni cerco di farti capire, ma non sono bravo con le parole.

Però tre cose di te mi fanno impazzire e vederti suonare il piano è sicuramente tra queste. Ti ricordi quel saggio che hai fatto proprio qui in piazza? C’erano file di sedie sistemate in cerchio e il pianoforte nero era al centro. Hai iniziato a muovere le dita sui tasti, incerta e poi sempre più convinta, tanto che il suono di Onde di Enaudi copriva anche l’odore delle tisane che i bambini servivano agli spettatori. E’ paradossale sì, ma nessuno pensava più a nulla, si sentivano solo quelle note muoversi nell’aria. Ad occhi chiusi sarei riuscito a vedere le onde di cui suonavi ma ero impegnato a guardare le tue mani sottili e delicate. Forse un po’ troppo pallide se messe a confronto con la pelle dei polsi. Anche questa completamente lattea se si faceva finta di non vedere i marchi seminascosti dalle maniche del maglioncino. Segni scuri di tagli decisi, alcuni cicatrizzati, altri freschi e ancora arrossati. E quando me ne sono accorto per me la musica era finita. Un giorno eravamo al mio bar e tu come sempre eri seduta a terra dietro il bancone a scrivere. Lo fai in continuazione e non credo sia una cosa che puoi controllare. Se hai qualcosa da dirmi e io sto servendo un cliente tu non perdi tempo e lo scrivi, ci costruisci una storia intorno. Come quelle che ho letto e non mi stancherò mai di rileggere perché sono tue davvero, nascono da te e sei tu stessa a dargli forma. Quella sera scrivevi di un nuovo personaggio e tutto era silenzioso nel tuo angolo privato. Nessuno ti disturbava e perfino io così calamitato da te mi limitavo a guardarti da lontano lasciandoti immersa nella tua aurea di spensieratezza. Avevi ingoiato una caramella e subiti eri corso in bagno. Ti sono corso dietro pensando stessi male, invece avevi due dita in gola e cercavi di vomitare. E quando ti ho vista per me l’aurea era sparita.Ieri poi eravamo da te, entrambi freschi di doccia dopo un pomeriggio scoppiettante, per così dire. Avevi un semplice asciugamano arrotolato intorno al corpo, io ero in boxer sul pavimento e tu davanti allo specchio. Mi fa impazzire l’immagine che lo specchio riflette. Ci siamo noi due, insieme, un po’ stanchi ma sorridenti inquadrati dalla stessa cornice. L’asciugamano è scivolato a terra e mentre ti guardavi allo specchio il tuo sorriso è diventato una smorfia di rabbia. “Sono grassa” hai detto e io non ho potuto fare a meno di guardarti. Pelle chiara perlopiù macchiata da tagli scuri, e giusto quanta ne basta per coprire le ossa. Nulla fuori posto se non i fianchi che stanno iniziando ad appuntirsi, come i gomiti e gli zigomi. E quando ho visto avrei preferito essere cieco. Io ci provo ad arrabbiarmi con te, ad andare via e a scappare ma non ci riesco. Mi ritrovo sempre in piazza Orsini, seduto sui gradini della chiesa proprio come nel giorno in cui ti ho conosciuta. E non faccio altro che disegnare il tuo viso che nonostante tutto mi sembra ancora quello di una dea proprio come nel giorno in cui ti ho conosciuta. Spartiti per pianoforte e un taccuino in mano, ti sei avvicinata per sapere se alla Sant’Anna si poteva entrare. Ci sono piccole meraviglie che non riesco ad intrappolare in un foglio, come ad esempio la tua voce o il tuo profumo.

Tutto quello che ho scritto, da quel giorno mi ha fatto impazzire di gioia: il pianoforte, lo scrivere e lo specchio. Adesso queste cose hanno cambiato chiave di lettura: tagli, vomito e  ossa. Ma tranquilla non è un problema perché io sono onorato di essere pazzo per te e di te. Sono due anni che sto cercando di fartelo capire: da quando ti ho vista per me sei la più bella. Ti prego sbrigati ad arrivare altrimenti passerò la notte intera a scrivere seduto qui.

Ludovico

 

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3 thoughts on “Tre cose

  1. Iniziare con il monologo finale di American Beauty per poi sviluppare una storia originale, affatto banale, ben raccontata. Una tecnica di approccio che Sean Connery insegna a un giovane scrittore in erba in Scoprendo Forrester.
    Tutte cose interessanti e notevoli, sia le coincidenze che la storia.

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