L’invidia…

hhi.jpg

Invidio le stelle…

Cioé, guardale! É come se ci prendessero perennemente in giro, come se facessero buon viso a cattivo gioco. Tutti le vedono belle e delicate e sorelle fra loro e col mondo intero. In realtà sono abbastanza lontane da quest’ultimo per non farci capire che innalzano muri lunghi anni luce con chi sembra stargli accanto e che in realtà hanno un cuore pulsante di fuoco e la forza necessaria per annientarci. Sono delle stronze eppure tutti le ammirano, per la loro dolcezza. Io le invidio per la loro potenza…

11 anni e siamo ancora qui

large (12)

-Sono già passati 11 anni… Non mi sembra vero…-
Siamo sulla collinetta dietro scuola, proprio dove ci siamo conosciuti 11 anni fa.
-Smettila di fare il romantico Carlo!- mi deride la ragazza al mio fianco. Le poggio un braccio sulle spalle e la avvicino a me. Se in prima elementare mi avessero detto che la timida bimba dagli occhi verdi sarebbe diventata la ragazza tosta che sto abbracciando sta sera, non ci avrei creduto. In fondo non se lo aspettava nessuno, tanto meno io o Alberto. E già, impossibile dimenticare quella mattina alla ricreazione. Eravamo tutti fuori in cortile a giocare e la maestra ci aveva detto che una volta rientrati in classe avremmo letto una storia un pezzetto ciascuno. Alberto, pur essendo biondino e avendo gli occhi azzurri, era grassoccio e doveva sempre fare qualcosa di eclatante per far in modo che le bambine lo prendessero in considerazione. Le nostre mamme erano amiche quindi lui sapeva del mio problema e non aveva perso tempo ad urlarlo a tutti. Io ero quello solo, quello strano, quello stupido. Per me era stato difficilissimo aver saputo che gli altri avrebbero imparato a leggere bene col tempo e che io non ci sarei mai riuscito per colpa della dislessia. -Non sono bisplessico!- ho iniziato a dirgli, ma ero io il primo a non crederci. Non riuscivo nemmeno a pronunciare il nome della mia malattia correttamente. Sono scoppiato in lacrime e mi sono accovacciato a terra e Alberto, che non aspettava altro, era in piedi vicini a me mentre continuava a insultarmi e a ridere con gli altri. In quel momento nessuno aveva prestato attenzione alla bimba dagli occhi verdi. Era scesa dall’altalena e si era avvicinata così tanto ad Alberto da potergli pizzicare un braccio. Lui si era girato pronto a urlare ma lei lo aveva preceduto ammutolendolo con uno schiaffo in pieno viso. O almeno credo. Io ero seduto a disperarmi in lacrime quindi ho sempre fatto affidamento alle voci di corridoio. Poi il resto di quella ricreazione non ha importanza: furono chiamati i genitori. I miei perché io sembravo non voler più alzarmi da terra e se qualcuno mi toccava iniziavo a urlare. I genitori di Alberto perché mi aveva importunato e quelli della bimba dagli occhi verdi perché aveva picchiato Alberto, anche se per difendermi. Tutti gli adulti parlavano in classe e io ero fuori ancora seduto nel cortile. -Io mi chiamo Elisa- la bimba dagli occhi verdi mi aveva preso la mano sorridente e si era seduta a terra vicino a me.
E questa sera é ancora qui con me. -Perché hai picchiato Alberto quel giorno? Cioé… nemmeno ci conoscevamo, perché lo hai fatto?- le chiedo.
-Mi dispiaceva per te e poi eri carino da piccolo-
-Ero carino da piccolo? E ora?-
-Bhe ora non sei niente male- e ammicca leggermente.
-E’ per caso una dichiarazione? Non é da te fare complimenti- ridacchio guardandola.
Nasconde il viso nell’incavo del mio collo -Lo sappiamo entrambi che le notti sono fatte per dire cose che il giorno dopo non diresti-
-E questa pillola di saggezza é tua?- le chiedo abbracciandola più stretta con un sorriso sulle labbra.
-No, degli Arctic Monkeys.

Un numero eliminato

large (7)

Quel pavimento di legno in ogni stanza, che a dirla così sembra un lusso e per quelli stupidi lo è stato davvero. Ma come si fa a non accorgersi di una cosa così banale? Delle tavole di legno inchiodate a terra, di quel legno levigato dai nostri stessi passi, con onde ovunque che mentre ci cammini sembra un po’ quella giostra su cui salivo da piccola. Con tutte le venature e i nodi in evidenza; solo sull’asse di fronte al mio sesto di letto sono cinquantasette. Quando non riesco a dormire le conto. E’ noioso ma da settimane sogno di potermi annoiare così. Soprattutto in quelle notti in cui qualcuna sparisce per andare a trovare il figlio, o qualcun’altra non ha superato la giornata lavorativa. E questo accade tutte le notti: in piedi per ore è la prassi, le torture un hobby dei tedeschi e le uccisioni il loro scopo. L’apatia in questi casi è la soluzione migliore. Se ignori qualcosa è come se non esistesse, come hanno fatto tutti quelli stupidi con noi. Poi il vetro dietro cui ti nascondevi si rompe e ti arrivano le schegge. In una delle poche stanze senza legno, c’è solo cemento e tanto vapore bollente. E la odio. Se avevo conservato un microbo di dignità, lì dentro mi è stata tolta. Ed è letteralmente una doccia fredda. A casa mia mi chiudevo in bagno per un tempo indefinito nella mia bolla personale. Odio quella stanza perchè non è mia ma loro, non c’è sapone ma acido,non sono IO ma decine di io. Gli stupidi erano spariti e anche Gerron Kurt quando ho deciso che quella doccia fredda non era nulla in confronto a ciò che mi aspettava a 500 km di distanza. Era tutto uguale, apparentemente. Ma la paura mi fa diventare paranoica, non c’erano finestre, nulla. Eravamo in centinaia nudi come vermi. Avevo le lacrime per la prima volta dopo l’arrivo dei soldati a casa. C’era un odore strano, opprimente e soffocante. Quando sono uscite fuori le bombolette, timore e tremore si sono mischiati al gas.

Mr. Robot

download

Psicologa: Perché la società ti delude in questo modo?

Eliot: Forse perché pensiamo tutti che Steve Jobs fosse un grand’uomo anche dopo aver saputo che ha fatto miliardi sulle spalle dei bambini? O forse perché abbiamo l’impressione che tutti nostri eroi siano dei falsi. Tutto il mondo è un gran imbroglio. Ci spammiamo l’un l’altro intere cronache su delle stronzate mascherandone da opinioni, usando i social media come surrogato dell’intimità. O magari abbiamo votato perché fosse così? Non con le nostre elezioni truccate, ma con le nostre cose, con le nostre verità, i nostri soldi. Non dico niente di nuovo, forse sappiamo perché lo facciamo, non perché i libri di Hunger Games ci rendano felici… Ma perché desideriamo essere sedati. Perché è doloroso non far finta… Perché siamo dei codardi. Fanculo la società.

Psicologa: Eliot! Perchè non parli? Che cosa c’è che non va?

Eliot: Niente.

Senza fiato

large (2)

“Dondolando sui miei fianchi, bianchi e stanchi come te che insegui me”. Le note risuonavano indisturbate nel bar ormai vuoto. Stavo mettendo via gli ultimi bicchieri e me ne ero concesso uno bello forte, non era stata la mia serata migliore. Percorsi il breve corridoio dietro il bancone per spegnere la luce. Ma è lì che la vedo. Nell’angolo, seduta a terra a gambe incrociate a scrivere. Cosa scrive non lo so, non si oso chiederglielo eppure lei scrive. Nonostante qui ci sia venuta solo un paio di volte, lei è lì seduta dietro il bancone a scrivere. I capelli lunghi e sciolti con alcune ciocche tenute ferme da due fermargli, gli occhiali che le scivolano un po’ dal naso, le mani delicate e sensuali allo stesso tempo con le unghie smaltate di nero. Il nero era il suo colore predefinito. L’altra sera era arrivata, con una tutina nera a maniche lunghe, aderente nei punti giusti tanto da non farla sembrare più una piccola diciottenne. Tacchi neri e alti, collana e rossetto rosso ciliegia. Nulla a che vedere con le volgari ragazze che in genere giravano al bar. Quelle che per farsi notare avevano bisogno di scollature vertiginose. In genere erano volgari anche i loro modi, e soprattutto i lori discorsi. Ma lei invece era ancora più bella lì seduta con una semplice tuta e un maglione largo. Ancora più bella e delicata perché il bar era vuoto e finalmente avrei potuto dedicarmi completamente a lei. Guardandola dall’alto sembrava davvero una sirena ma non glielo avrei detto. L’uomo che l’aveva definita così qualche sera prima la guardava e la stava spogliando con gli occhi con un sorrisetto da depravato. E lei non aveva fatto altro che guardarlo e non parlare. Annuiva soltanto quando quell’uomo si rivolgeva direttamente a lei, altrimenti guardava me non sapendo cosa fare. Dopo aveva ammesso di essere terrorizzata dall’uomo-sirena, ormai gli aveva trovato un soprannome. E io altro non potevo fare che prometterle che l’avrei protetta ogni volta che sarebbe venuta da me.