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Ama l’arte, fra tutte le menzogne è ancora quella che mente di meno.

-Gustave Flaubert

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In riva al mare

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I capelli profumavano di mare, di salsedine. Un odore un po’ salato e fresco. Profumavano di follia e libertà. Erano neri, con uno shatush blu ormai da rifare. Erano neri con varie sfumature verdi azzurrognole più chiare sulle punte. Ci sarebbero state benissimo delle conchiglie tra quelle ciocche. E un giorno gliele ho messe. L’avevo portata in spiaggia all’alba. Era deserta e noi abbiamo corso, giocato, riso. L’avevo spogliata e io ero vestito. L’avevo fatta avvicinare alla riva, si era seduta col bacino nudo in acqua, le gambe stese e le onde che le si infrangevano schiumose sulla pancia. Le ho baciato la spalla destra e le ho fatto distendere la schiena sulla battigia. Il corpo rilassato steso al mio fianco e io alla sua destra, seduto con i vestiti umidi e sporchi, a guardarla. I suoi capelli sparsi intorno al viso, nudo come il resto della pelle. Quel giorno le misi delle conchiglie tra le onde dei capelli. Poi una tra i seni, una sull’ombelico e l’ultima cadde tra le sue gambe e si perse in acqua…

Tra moglie e marito, non mettere il dito!

Ho pensato a cosa cucinare per il pranzo di domenica- disse Liliana. Gianni il marito, leggeva il giornale -cosa?- Avevo in mente di preparare un antipasto: dei bocconcini veloci e non impegnativi- L’uomo annuì continuando a leggere. -Si mi piacciono i bocconcini- Si erano conosciuti molto giovani e molto giovani si erano sposati. Entrambi insegnanti, si erano lasciati trasportare dall’amore per la matematica e la fisica. -Non avevo dubbi- Liliana alzò gli occhi al cielo e iniziò a scrivere la lista della spesa su un foglio. -Come primo pasta con le cozze- propose al marito. Gianni scosse energicamente la testa -Niente cozze, per carità!- -Come vuoi allora un risotto con zucchine e gamberi, siete uguali ti dovrebbero piacere e camminò all’indietro verso il frigo allusiva. Lui non le rispose ma alzò lo sguardo dal giornale. Liliana aprì il frigo e  continuò -Poi del polpo, non è nemmeno difficile da preparare. Si cuoce nella sua stessa acqua-. Dava le spalle al marito che aveva rimandato a dopo la lettura del suo giornale. Si avvicinò all’isola della cucina, posò i pugni sul marmo e chiese –Non si potrebbe fare un po’ di carne in alternativa?- -Il pesce lesso non sta bene con la carne ma abbiamo qualche fettina congelata, dovrebbe bastare. Oppure preferisci della carne fresca? -Se quella che c’è non è più buona bisognerebbe prenderne dell’altra, mi sembra ovvio. -E’ congelata perché a nessuno andava di mangiarla- sospirò- Non mi sembra il caso di buttarla via- -Visto che bisogna comprare altre cose si compra anche la carne. Di che animale?- chiese Gianni. –Di maiale, sicuramente di maiale- rispose la donna passando le mani prima sul viso e poi tra i capelli.

Ho voglia di parlare…

Questa é la mia ‘notte prima degli esami’ (sì, iniziano domani) e sono in ansia. Anzi no, sono perfettamente lucida e cosciente. Sono consapevole di non sapere un granché ma non me ne preoccupo, non l’ho fatto per cinque anni e non inizierò ora. So di non fare schifo ma sinceramente l’unica cosa che mi interessa non é il voto o cose del genere. Voglio solo finire e togliermi di dosso quella sensazione alla bocca dello stomaco tutte le volte che mi sveglio presto al mattino. Perché tanto in quella scuola non ci torno più.
Come succede a molti, io matura non ci mi sento proprio. Ma non é un problema, ci sono tanti adulti che altro non sono che eterni bambini. Se ve lo state chiedendo, no, non ho bevuto. Ma ho perso il filo del discorso più di un centinaio di parole fa. Chiamatelo flusso di coscienza, nevrosi o come vi pare, perché io ho scritto comunque. Domani prenderà il via l’inizio della fine. Quei quattro giorni in cui ci si gioca il lavoro di una vita perché su 18 anni, contando le materne, 15 li ho passati chiusa nelle mura di un’aula. Dovrò farlo per qualche altro anno ancora, ma per questa notte non voglio pensare all’Università. Questa notte ci sono io, c’è la luna, il vento, il caldo e c’è tanta paura di crescere…

Tre cose

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A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla… Il mio cuore sta per franare. Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempe come un palloncino che sta per scoppiare.  E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta.  E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l’avrete. Avrete il fortuna e il coraggio di amare una meravigliosa creatura. Perché sì, nonostante tutto quello che ho scritto in questa lettera, lei resta bellissima e io sono pazzo di lei.

Ora Rebecca parlo a te,

sono seduto sui gradini della chiesa in piazza Orsini del Balzo, o ‘piazza del salto’ come dice mio fratello (si vede che non ha una maestra fissata con l’arte come era la nostra). So che è strano scrivere quello che da due anni cerco di farti capire, ma non sono bravo con le parole.

Però tre cose di te mi fanno impazzire e vederti suonare il piano è sicuramente tra queste. Ti ricordi quel saggio che hai fatto proprio qui in piazza? C’erano file di sedie sistemate in cerchio e il pianoforte nero era al centro. Hai iniziato a muovere le dita sui tasti, incerta e poi sempre più convinta, tanto che il suono di Onde di Enaudi copriva anche l’odore delle tisane che i bambini servivano agli spettatori. E’ paradossale sì, ma nessuno pensava più a nulla, si sentivano solo quelle note muoversi nell’aria. Ad occhi chiusi sarei riuscito a vedere le onde di cui suonavi ma ero impegnato a guardare le tue mani sottili e delicate. Forse un po’ troppo pallide se messe a confronto con la pelle dei polsi. Anche questa completamente lattea se si faceva finta di non vedere i marchi seminascosti dalle maniche del maglioncino. Segni scuri di tagli decisi, alcuni cicatrizzati, altri freschi e ancora arrossati. E quando me ne sono accorto per me la musica era finita. Un giorno eravamo al mio bar e tu come sempre eri seduta a terra dietro il bancone a scrivere. Lo fai in continuazione e non credo sia una cosa che puoi controllare. Se hai qualcosa da dirmi e io sto servendo un cliente tu non perdi tempo e lo scrivi, ci costruisci una storia intorno. Come quelle che ho letto e non mi stancherò mai di rileggere perché sono tue davvero, nascono da te e sei tu stessa a dargli forma. Quella sera scrivevi di un nuovo personaggio e tutto era silenzioso nel tuo angolo privato. Nessuno ti disturbava e perfino io così calamitato da te mi limitavo a guardarti da lontano lasciandoti immersa nella tua aurea di spensieratezza. Avevi ingoiato una caramella e subiti eri corso in bagno. Ti sono corso dietro pensando stessi male, invece avevi due dita in gola e cercavi di vomitare. E quando ti ho vista per me l’aurea era sparita.Ieri poi eravamo da te, entrambi freschi di doccia dopo un pomeriggio scoppiettante, per così dire. Avevi un semplice asciugamano arrotolato intorno al corpo, io ero in boxer sul pavimento e tu davanti allo specchio. Mi fa impazzire l’immagine che lo specchio riflette. Ci siamo noi due, insieme, un po’ stanchi ma sorridenti inquadrati dalla stessa cornice. L’asciugamano è scivolato a terra e mentre ti guardavi allo specchio il tuo sorriso è diventato una smorfia di rabbia. “Sono grassa” hai detto e io non ho potuto fare a meno di guardarti. Pelle chiara perlopiù macchiata da tagli scuri, e giusto quanta ne basta per coprire le ossa. Nulla fuori posto se non i fianchi che stanno iniziando ad appuntirsi, come i gomiti e gli zigomi. E quando ho visto avrei preferito essere cieco. Io ci provo ad arrabbiarmi con te, ad andare via e a scappare ma non ci riesco. Mi ritrovo sempre in piazza Orsini, seduto sui gradini della chiesa proprio come nel giorno in cui ti ho conosciuta. E non faccio altro che disegnare il tuo viso che nonostante tutto mi sembra ancora quello di una dea proprio come nel giorno in cui ti ho conosciuta. Spartiti per pianoforte e un taccuino in mano, ti sei avvicinata per sapere se alla Sant’Anna si poteva entrare. Ci sono piccole meraviglie che non riesco ad intrappolare in un foglio, come ad esempio la tua voce o il tuo profumo.

Tutto quello che ho scritto, da quel giorno mi ha fatto impazzire di gioia: il pianoforte, lo scrivere e lo specchio. Adesso queste cose hanno cambiato chiave di lettura: tagli, vomito e  ossa. Ma tranquilla non è un problema perché io sono onorato di essere pazzo per te e di te. Sono due anni che sto cercando di fartelo capire: da quando ti ho vista per me sei la più bella. Ti prego sbrigati ad arrivare altrimenti passerò la notte intera a scrivere seduto qui.

Ludovico